Come ci sta cambiando l’emergenza che stiamo vivendo?
Parlavo poco fa con un mio cliente imprenditore e lui mi diceva di aver scoperto questi giorni lo smart-working (mesi fa quando lo avevo invitato al  convegno in merito era troppo impegnato per partecipare), oggi invece ha dovuto confessare che lavorare in sw funziona per il suo business, per la sua struttura organizzativa che tutto sommato per certi aspetti può fare a meno di tutto quello spazio, i dipendenti lavorano da casa, sono più produttivi e persino appagati.
Questo mi fa credere, innanzitutto, che probabilmente ripenseremo la nostra organizzazione del lavoro, rivedremo il nostro concetto di spazio, verso un modello di smart – office, soprattutto per le realtà più piccole e che non hanno un reparto produttivo, ci accosteremo anche a quei modelli di co-working, che nelle città di provincia hanno funzionato poco, e verso cui c’è stata la solita diffidenza e ritrosia.
Altro aspetto.
Molte realtà, chiusi gli uffici, hanno invece dovuto mettere mano agli strumenti informatici, per rendere accessibili agli utenti i servizi erogati, in maniera rapida e superando le distanze, così finalmente hanno implementato siti internet e reso disponibili applicazioni efficienti, cosa che fino a un mese fa pareva impensabile e dal loro punto di vista sembrava addirittura un inutile costo.
Soprattutto.
Assistiamo ormai quotidianamente al rincorrersi di interventi di aiuto e sostegno finanziario da parte degli imprenditori: donazioni importanti alle strutture sanitarie, aziende che riconvertono le loro produzioni per produrre mascherine, aumento di stipendio ai dipendenti, iniziative gratuite di formazione e messa a disposizione di software e strumenti di lavoro, associazioni di categoria che si impegnano e che incentivano il sostegno, giovani imprenditori concretamente impegnati nel diffondere un nuovo modo di fare impresa e di tutela delle maestranze.
L’etica di impresa, con la diffusione della pandemia, si impregna di significato ed acquista un valore essenziale.
Responsabilità sociale di impresa non significa semplicemente fare beneficenza, ma vuol dire assunzione di responsabilità verso i diversi stakeholder, è un modo di essere, che comporta l’adozione e il rispetto di principi di comportamento, l’accostamento a concetti quali sostenibilità, volontarietà, trasparenza, qualità, adozione di procedure che dettagliano comportamenti virtuosi all’interno (ad esempio nella gestione della governance, nella costruzione di un sistema di tutela della salute e sicurezza sul lavoro) e verso l’esterno, nei confronti dei clienti, dei fornitori, nel rispetto dell’ambiente.
E questo indipendentemente da obblighi di legge, poiché fare responsabilità sociale di impresa significa certamente partire dal rispetto delle normative, ma vuol dire andare oltre: l’iniziativa si caratterizza per un principio di volontarietà nel promuovere azioni, al fine di rafforzare il raggiungimento della propria mission.
E più l’impresa ha un comportamento eticamente orientato, maggiore è la sua identità valoriale e più forte è la sua reputation verso i consumatori che risultano profondamente influenzati nei propri acquisti (tanto evidenzia uno interessante studio di Accenture Strategy, Global Consumer Pulse Research “From Me to We: The Rise of the Purpose-led Brand”).
Questi i dati in Italia:
– il 71% dei consumatori vuole acquistare beni e servizi dalle aziende che riflettono i valori in cui crede, mentre il 47% ha smesso di acquistare un prodotto a causa delle azioni di un’azienda, non conforme alla politica etica dichiarata;
– il 61% dei consumatori guarda anche al comportamento dei manager, a come comunicano i loro valori e se li attuano nella loro vita quotidiana.
Il brand importante e noto non è più solo dell’azienda stessa, ma sembra quasi appartenere al consumatore: basta pensare che addirittura il 76% dei consumatori attribuisce più alle aziende che alle istituzioni la responsabilità di guidare il cambiamento sociale e si aspetta che siano proprio i CEO a prendere iniziative verso la sostenibilità, senza attendere imposizioni normative!
E’ la sostenibilità, termine abusato forse, che deve orientare le iniziative: il concetto si riferisce a modelli di sviluppo che mirano ad un equilibrio tra dimensione sociale, economica e ambientale, con azioni sinergiche di tecnologia, norme, comportamenti responsabili, strumenti economici e un ruolo multistakeholder tra imprese, società civile, istituzioni pubbliche (queste le parole della Commissione ONU Brundtland, che ha definito lo sviluppo sostenibile come lo sviluppo in grado di soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere lo stesso diritto alle generazioni future).
Chiarezza, trasparenza, autenticità, sostenibilità dello sviluppo, impegno ed effettiva attuazione dei valori proclamati, coinvolgimento dei consumatori: sono questi gli ingredienti che possono contribuire alla creazione di un brand di successo duraturo.
La stessa Unione Europea ha definito la Corporate Social Responsibility come “l’integrazione volontaria da parte delle imprese delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle operazioni commerciali, nei processi decisionali e nei rapporti con i propri interlocutori/portatori di interesse (stakeholder)”: oggi più che mai sentiamo questa integrazione.

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Ho predisposto codici etici, policy e procedure 231, sempre cercando di rammentare l’importanza non solo di adottare questi modelli per essere compliant, ma di adottarli e di renderli effettivi all’interno, tramite la formazione e un comportamento realmente virtuoso, improntato al rispetto delle regole che si sono scelte e dei principi a cui si è voluto ispirare la propria iniziativa imprenditoriale: questi divengono la fisionomia dell’azienda stessa.

Ho partecipato alla costruzione di diversi progetti di responsabilità sociale di impresa e posso garantire che si respira un grande entusiasmo da parte di tutti i soggetti coinvolti, dai dipendenti, ai consulenti, alla dirigenza, sino ai consumatori stessi, agli utenti finali, quando il progetto viene presentato: questo crea “valore” sia all’interno dell’impresa che all’esterno, nella percezione che la comunità di riferimento acquisisce di quel brand.
La maratona di tante imprese, a cui oggi dobbiamo essere grati, apporta non solo il sostegno necessario a gestire l’emergenza sanitaria in corso, ma accresce la consapevolezza in ciascuno di noi del ruolo essenziale dell’imprenditoria nella nostra società, non solo come motore dell’economia, ma come parte attiva ed integrata della nostra comunità, in tutti gli aspetti che la caratterizzano.